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LA PIAZZA MAGICA - Racconto di Stefano Pelloni
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Stefano camminava a fianco di suo padre.
Piazza Grande era bellissima immersa nella luce soffusa delle lampade che imitavano alla perfezione quelle ad olio d'alcuni secoli prima.
La nebbia, la tipica coltre padana, era ancora abbastanza alta ma la punta della torre, la Ghirlandina, stava già scomparendo dalla vista.
Lui amava quel luogo.
Ogni venerdì sera arrivava con suo padre in quel posto così magico, e qui incontrava gli amici paterni.
Nonostante lui avesse soli cinque anni, si sentiva a suo agio lì in mezzo a quegli adulti, perché il padre gli dava sicurezza e perché, soprattutto, lui lo trattava come fosse un "piccolo" adulto.
Ogni volta era lasciato libero di camminare fino ai bordi della piazza.
Non vi era pericolo che si perdesse, poi le macchine non potevano passare, era vietato.
E così quella sera decise di salire sopra ai leoni dell'ingresso ovest del Duomo, quelli che vegliavano da secoli la Porta dei Principi.
- Opplà opplà, bel leoncino !- diceva, cavalcando il possente animale di pietra.
Cercava di distrarsi, ma quella sera vi era qualcosa dentro di lui che non andava.
E sì, per la prima volta da quando era nato, Stefano era triste e preoccupato.
Negli ultimi mesi la mamma aveva smesso di sorridere e nelle ultime settimane era più il tempo che passava a letto che quello trascorso in piedi.
Il babbo gli aveva detto che era ammalata e che presto sarebbe guarita, ma lui vedeva anche suo padre essere sempre meno sorridente, di giorno in giorno.
Aveva la sensazione che loro gli stessero nascondendo qualcosa di più, il suo intuito da bambino glielo segnalava, ma non riusciva ad andare oltre, fortunatamente.
Gli occhi s'inumidirono e cominciò ad accarezzare la criniera del leone di pietra.
- Oh, se almeno voi mi poteste ascoltare, vorrei aiutare la mia mamma e il mio papà a ritrovare il sorriso, è così triste vederli in silenzio davanti a quel letto...-
Si sentiva strano, e gli parve quasi di sentire muovere il vecchio leone.
La sua piccola mano indugiò un poco sulla testa quando sentì che la pietra era calda e che... la criniera era morbida.
Si asciugò gli occhi con la mano e si accorse che il vecchio animale di pietra era, ora, in carne ed ossa e che lo stava leccando sul braccio.
- Ehi, ma tu non sei vero...- gridò il bambino, per nulla terrorizzato.
Il leone sorrise.
- Ho ascoltato il tuo discorso e ho pensato che io forse potrei esserti d'aiuto.-
Il bambino lo guardò con aria diffidente.
- Dimmi, tu non sei vero, sono io che sto sognando? -
Il leone sorrise
- In un certo senso sì, se tu fossi adulto non ci vedresti ma il potere dei bambini è forte e puro.
Vedi, io sono un leone magico. Facevo parte di un santuario più di mille anni fa, un santuario dove vecchi druidi compivano incantesimi e magie per aiutare chi soffriva. Quando il popolo modenese decise di costruire la cattedrale furono demolite tutte le ville e i vecchi santuari, ed ogni singolo pezzo fu utilizzato per costruire questa bellissima e sacra opera.-
Il bambino sorrise
- E così tu mi vuoi dire che siete tutti "pezzi" magici? -
- Non tutti, ma parecchi. Ma adesso non perdiamo tempo, è ora di aiutare la tua mamma...-
E s'incamminò con il bambino a cavalcioni.
- Ehi, io non posso allontanarmi da mio padre- disse con tono preoccupato il bimbo - se lo faccio mi sgriderà -
- Guardati alle spalle - disse il leone.- e poi, non andremo lontano...-
Stefano si voltò e vide se stesso giocare sul leone di pietra.
- Magia?-
- Sì, magia, ma a fin di bene.-
- E ora dove andiamo?-
- Vedi lì all'angolo quella statuetta che rappresenta una donna?-
- Certo, la conosco, quella è la statua della Bunèsma o Buonissima, così chiamata perché secoli fa ha fatto delle opere di bene...-
Il leone sorrise.
- Secoli fa, tu dici?-
Il bambino guardò meglio e vide che la statua era diventata di carne ed ossa e le dimensioni erano quelle di una persona vera.
Il vestito era lungo e scuro, i capelli nerissimi raccolti in una lunga treccia, lo sguardo dolce e stupendo, lo sguardo di sua madre.
Il leone si avvicinò e lei prese il bambino in braccio.
- Ciao Stefano, sei bellissimo -
- E tu come sai il mio nome? -
- Io conosco il nome di tutti i bambini della città -
- Davvero ? -
- Sì, come conosco tutte le mamme e i papà -
Stefano sorrise ma il suo sguardo era triste.
- Allora conosci anche il mio papà e la mia mamma...- e le lacrime tornarono a scendere.
- Su, non essere triste, io sono qui per aiutarti. Ecco, prendi questo fiore, è una viola, simbolo della primavera e perciò della rinascita della natura, deponila sopra al letto di tua madre stanotte, e vedrai che lei guarirà-
Stefano la guardò di traverso
- Sei sicura? -
- Sì, questa è una viola magica, funzionerà, stanne certo.-
Una voce di uomo riportò il bambino alla realtà.
- Stefano, andiamo, è ora di andare a casa !-
Le sue mani erano fredde, il leone di pietra era davvero gelato.
Guardò in direzione della Bunèsma e lei se ne stava immobile nell'angolo della piazza, grigia e di pietra, come sempre.
- Ho sognato tutto, ho sognato tutto- E scoppiò a piangere.
Fu immediatamente abbracciato dal padre che si era intanto avvicinato
- Beh, cosa ti succede? -
- Niente- disse il bimbo, - mi è andato un sasso nella scarpa.
Suo padre sorrise e lo accarezzò teneramente.
Poi, il suo sguardo cadde su qualcosa.
- Ehi, guarda, una viola, lì in terra. E' strano, siamo in pieno autunno... Sarà caduta da un vaso... che ne dici se la portiamo alla mamma? -
Il bimbo rimase pietrificato.
- Sì, sì. Balbettò.-
- Raccoglila tu - disse il padre.
Stefano si chinò e se la strinse forte al cuore.
- Grazie - mormorò
- Cosa? - rispose il padre
- Niente papà, andiamo...-
Un vento tiepido, stranamente primaverile, spazzò la piazza e mentre si allontanavano Ivano, il padre, giurò di avere sentito tra i fruscii una voce di donna dire - Guarirà, vedrai, guarirà.-

E se ne tornarono a casa.

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